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11 domenica Tempo Ordinario -
Anno A
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SU ALI DI AQUILA
“Ho sollevato voi su ali di aquila”.
E’ Gesù che, con la sua vita, ci dimostra
che Dio è sempre benevolo, comprensivo,
buono, disponibile al soccorso.
Lui che, vedendo le folle,
ne sentì compassione,
è la prova che Dio ha compassione di noi,
che cioè prova per noi
un “amore struggente”
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“L E G G E R E” L A B I B B I A
Quando pensiamo alla vita come vocazione, cioè come risposta
alla sua chiamata, dentro di noi serpeggia la sottile paura che
Dio voglia approfittare di noi: “Se gli diamo il dito, si prende
anche il braccio”. E’ il sibilo insidioso del serpente: “Non
morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si
aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo
il bene e il male”. Riflettiamo! Quante volte abbiamo dovuto - e
dobbiamo - lottare con il dubbio: “Sarà vero che serve
comportarsi bene, essere onesti, preoccuparsi degli altri? Sarà
vero che è furbo abbandonare un Egitto sicuro per una Terra
Promessa incerta?”. Ogni volta che questa tentazione fa
capolino, è bene alzare gli occhi, guardare più in alto
possibile e ricordare le straordinarie parole che Dio ha detto
al suo popolo e che ripete anche a noi: “Ho sollevato voi su ali
di aquila”.
Non sarà facile convincerci che è così. Però ci aiuterà a non
cedere subito al sibilo del serpente, a riflettere prima di
rinunciare alla sua chiamata, rassegnandoci a rimanere galline.
Anche se…
Anche se il dubbio tornerà: “Davvero Dio ci solleva su
ali di aquila? Davvero la sua volontà è il nostro bene? C’è una
prova che possa convincerci della verità delle sue promesse?”.
No, una prova non c’è. Per quanto onnipotente, Dio, per
convincerci non ha altra possibilità che quella delle sue parole
e, soprattutto, della sua Parola: Gesù. E’ lui, che con
la sua vita ci dimostra che Dio nei nostri confronti è sempre
benevolo, comprensivo, buono, disponibile al soccorso. Lui che,
vedendo le folle, ne sentì compassione, è la prova che Dio ha
compassione di noi, che cioè prova per noi un “amore struggente”
(questo significa “compassione” nel linguaggio biblico).
Perché ci è così difficile credere che Dio ci vuole bene
davvero?
Perché lui è infinitamente grande mentre noi siamo infinitamente
piccoli, e non fa parte della nostra esperienza che il più
grande si preoccupi del più piccolo, che il più forte provi
compassione per il più debole. Tra di noi è l’esatto contrario:
il più forte tende a schiacciare il più debole. Ecco perché ci
voleva Gesù. Morto per noi mentre eravamo ancora peccatori,
dimostra che Dio ci ama anche quando - proprio quando! - siamo
“stanchi e sfiniti come pecore che non hanno pastore”.
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Ma c’è un’altra difficoltà, forse ancora più grande. Ahi
ahi ahi! Se Dio ci vuole bene, nonostante tutto, dobbiamo
volerci bene e voler bene, nonostante tutto, in modo fattivo e
operoso. Come Gesù, che non si ferma alla compassione, ma la
trasforma in intervento: chiama i dodici e li invia: “Strada
facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino.
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi,
scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente
date”.
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